Lupus ovium non curat numerum.(Virgilio-Eneide-VII, 51)

sabato 22 aprile 2017

25 Aprile



Questa è la settimana che ci porta ad una delle ricorrenze più conosciute, ed ahimè, esaltate dalla prosopopea cattocomunista che impera in questa repubblichetta delle banane. Il famoso 25 aprile, la festa della liberazione. Da che, scusate? Siamo l’unico stato al mondo, e per questo veniamo sbeffeggiati ovunque, che festeggiamo, di fatto, una sconfitta. Ed una successiva invasione, che ancora continua. Solo un piccolo accenno storico, per ricordare anche ai più distratti.

L’Italia, quella guidata, lecitamente, dopo le regolari elezioni del 1924, dal governo Mussolini, era entrata in guerra, il 10 giugno 1940, insieme alla Germania, contro i cosiddetti alleati, cioè Inghilterra, Stati Uniti ed UnioneSovietica. Sui motivi dell’entrata in guerra se ne potrebbe disquisire per secoli, diciamo solo che fu una scelta obbligata dalle circostanze. A Mussolini non piaceva Hitler, e viceversa, ma era l’unico alleato possibile, da quando la cosiddetta Società delle Nazioni, di fatto agli ordini inglesi, e su pressione di Stalin, aveva isolato completamente l’Italia, costringendola all’unica alleanza possibile, appunto con la Germania Nazista del Fuhrer. Fu senza dubbio uno dei più grandi errori storici del governo fascista, che entrò in guerra, oltretutto, completamente impreparato, dal punto di vista economico e militare. Mentre le grandi potenze alleate potevano mettere in campo tecnologia ed armi sofisticatissime per l’epoca, la nostra Italia, povera e contadina, entrò in guerra con armi vecchie, obsolete, la maggior parte risalenti al precedente conflitto del 15-18. Ma tant’è, si faceva molto affidamento sulla potenza devastante dell’alleato germanico, lui sì con armi ed una struttura militare di prim’ordine.

Come andò a finire, ahimè, quasi tutti lo sanno, anche se non con precisione. A guerra ormai compromessa, il 25 luglio del 1943, il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini, votando la mozione proposta da Grandi e Ciano; il Duce si dimise dall’incarico di Primo Ministro, e fu addirittura arrestato per ordine del re Vittorio Emanuele III. L’incarico di Capo del Governo fu affidato al generale Badoglio, un militare di bassissimo spessore culturale e politico, che, appena pochi mesi dopo, l’8 settembre, dichiarò la resa, di fatto consegnando l’Italia agli alleati anglo americani. Il povero esercito italiano, già debilitato da una guerra lunga e cruenta, fu lasciato nel caos, senza ordini, completamente allo sbando. Alcuni soldati fuggirono, altri tornarono a casa, altri ancora presero decisioni diverse. L’alleato germanico, come era ovvio aspettarsi, non la prese proprio benissimo. Le truppe tedesche, agli ordini del feldmaresciallo Kesserling, sciamarono in Italia, compiendo, spesso, atrocità piuttosto evidenti. Molti soldati italiani furono, e non del tutto a torto, considerati traditori, e passati per le armi. Ma si era in guerra, non si andava tanto per il sottile. Qualche mese dopo, in un sussulto di lealtà, forse, Hitler ordinò di liberare il Duce. L’azione fu portata avanti da uno dei corpi d’élite dell’esercito tedesco, i paracadutisti del colonnello Otto Skorzeny; con un rapidissimo ed incruento blitz liberarono Mussolini, detenuto al Gran Sasso, e questi, insieme a militari che NON AVEVANO TRADITO, fondò la Repubblica di Salò. Fu un altro errore? Forse, ormai gli angloamericani erano sbarcati in Italia, in Sicilia ed a Anzio, e l’esercito nazista non era più così potente. La spaventosa superiorità economica statunitense stava sfornando armi a ripetizione, mentre, dall’altra parte, i bombardamenti avevano messo in ginocchio il bacino della Ruhr, l’arsenale tedesco. Ormai la guerra era persa, e qui si inserì la cosiddetta lotta partigiana. Cioè, ricordiamolo con forza, a guerra già persa…a guerra già finita, un gruppo di persone si inventarono...partigiani, e, dopo la fine del conflitto, nel 1945, si autoproclamarono liberatori. Sarebbe come, giocando a calcio, scendere in campo a due minuti dalla fine, con la tua squadra che vince già quattro a zero, e poi vantarsi, come se fossi stato tu il vincitore. Forse qualcosa di sbagliato c’è, che ne dite? Il regime fascista fece un sacco di errori, alcuni imperdonabili, dalle leggi razziali del 1938 all’alleanza con Hitler, ma quello che successe nel periodo dalla caduta del fascismo alla fine della guerra, soprattutto nelle nostre zone, fu qualcosa di aberrante.

Dei crimini fascisti oramai sappiamo tutto e di più, ma cosa sappiamo del lato oscuro della resistenza, quello fatto di processi sommari, fucilazioni, fosse comuni e soldati uccisi sui letti di ospedale, o prelevati dalle prigioni e freddati con un colpo alla nuca, di violenze e stupri ai danni delle ausiliarie e delle donne fasciste? Poco, molto poco.

E delle motivazioni, non sempre nobili, che hanno portato i partigiani a coprirsi il volto e a imbracciare il fucile cosa ci è fatto sapere? Praticamente nulla.

Conosciamo tutti la vicenda dei 7 fratelli Cervi, ma quanti conoscono l’altrettanto dolorosa storia dei 7 fratelli Govoni, di Argelato (BO), tra cui una donna ed un ragazzino di 12 anni, assassinati, a guerra già finita, dai partigiani comunisti, perché uno di essi vestiva la camicia nera, non come simbolo di partito, ma perché non aveva altro da indossare…quale era la loro colpa? Semplice, di essere piccoli proprietari terrieri, e la terra faceva gola a qualche…patriota.

Si ricordano giustamente le 365 vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine, mentre è stata rimossa dalla storia un’altra orribile strage, quella di Oderzo dove, a guerra finita, 598 tra allievi, ufficiali e militi della Guardia Nazionale Repubblicana furono fucilati dai partigiani e gettati nel Piave dopo essersi arresi e aver deposto le armi.

Di vicende come queste la storia, quella vera, ne è piena.

Non è mia intenzione fare la macabra contabilità dei morti o stabilire chi maggiormente si macchiò le mani di sangue innocente, ma solo contribuire a sollevare quel velo di omertà che copre le malefatte dei vincitori e questo non per spirito di rivalsa, ma solo per amore di verità, perché solo riconoscendo gli errori del passato possiamo evitare di ripeterli in futuro.

Messi con le spalle al muro i sostenitori della mitologia partigiana, dopo aver negato per sessant’anni i crimini della loro parte, ora ammettono, a bassa voce
e con evidente imbarazzo, che “in effetti qualche errore e qualche eccesso effettivamente ci furono…però” e qui incomincia la solita tesi di comodo, secondo cui da una parte, quella partigiana, c’era chi combatteva per la libertà, mentre dall’altra parte c’erano i sostenitori della tirannide nazifascista.

Quindi, secondo loro, quei crimini sono pienamente giustificati dal nobile fine, esattamente come le Foibe, anch’esse nascoste per sessant’anni e poi presentate come reazione alla presunta oppressione fascista.

Se dovesse prevalere questa logica qualunque crimine, anche il più efferato, sarebbe giustificato.

Dipenderebbe solo dalla potenza di comunicazione e dalla forza di persuasione di chi detiene il potere.

Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo e anch’io, come la maggior parte degli italiani, sono cresciuto a pane e resistenza, avendo appreso la storia in maniera superficiale dai libri di testo, dai programmi televisivi e attraverso la cinematografia, imperniata sui soliti luoghi comuni che vede i cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Solo che non mi sono accontentato della verità ufficiale, quella scritta dai vincitori, e ho voluto approfondire le mie conoscenze. Ho letto, e non solo i testi ufficiali, quelli scritti dai vincitori, ma anche quelli scritti dai vinti, ho letto i bellissimi libri di Pansa, socialista ma onesto, visto i film dell’amico Belluco, ascoltato persone che quel periodo l’hanno vissuto. Primo fra tutti mio nonno Romeo, che mai fu un entusiasta del regime mussoliniano, mai si iscrisse al Partito Nazionale Fascista, ma nemmeno fu un antifascista a priori, come tanti, in Italia. E per questo fu accusato di attività sovversive dai fascisti, e di essere fascista dai comunisti…durante la guerra perse il suo ruolo di fornitore di carne dell’esercito, per non essersi voluto iscrivere al PNF, e dopo la guerra ebbe requisite due stalle dai…liberatori, per non aver voluto pagare un contributo al PCI. Strana storia, tutta italiana. E con questa storia, evidentemente, non abbiamo ancora fatto i conti. Proprio pochi giorni fa, in una scuola superiore di Cremona, uno zelante insegnate ha dato 4 ad un alunno, perché gli aveva chiesto se fosse vero che Lucio Battisti era un fascista. Parola impronunciabile, qui in Italia. Fascista…

Soprattutto qui, nella mia amata Emilia rossa, chiunque non sventoli la bandiera con la falce ed il martello e non abbia il regolare e necessario parente partigiano, e quindi, per la logica bolscevica, eroe a prescindere, è indiscutibilmente un cattivo fascista. Non se ne esce.

Ma al di là dagli episodi di singola violenza, c’è una cosa, forse la più importante, che viene da anni colpevolmente nascosta, o bellamente ignorata. Le motivazioni. Quelle che, tra gli altri, furono descritte benissimo, pure se in tono leggero ed a volte farsesco, nella saga dei romanzi di Guareschi, quelli, per intenderci, di Peppone e Don Camillo.

In Emilia, come da nessun’altra parte dell’Italia, i cosiddetti partigiani erano, al 95%, comunisti. La loro bandiera non era quella italiana, ma quella rossa, con falce e martello dell’Unione Sovietica. E da questa erano inquadrati, comandati, irreggimentati, finanziati. E questa è storia. Il loro scopo ultimo non è mai stato quello di liberare l’Italia dal fascismo, ma quello, ahinoi ben peggiore, di consegnarla a Stalin. Se da una parte gli aiuti ai partigiani arrivavano in volo dalla Francia con i Dakota dell’aviazione americana, dall’altra arrivavano via mare, dalla Jugoslavia comunista di Tito. E fu solo grazie alla “voce grossa” di Churchill ed Eisenhower che le divisioni corazzate sovietiche, ammassate sul confine friulano, non invasero il nostro paese, alla fine della guerra. Come stabilito e previsto da Togliatti, da anni in Unione Sovietica, di cui era pure diventato cittadino.

Spesso, nei film di Peppone e Don Camillo, ci sono accenni ai depositi di armi nascosti dai partigiani in attesa della rivoluzione bolscevica. Ebbene, quelle non sono leggende o invenzioni di uno scrittore, ma è storia. Decine e decine ne sono state trovati, ed altrettanti, forse, ancora nascosti, o distrutti e saccheggiati negli anni successivi.

Secca ammetterlo, ma fu solo grazie allo zio Sam se l’Italia non diventò un paese del patto di Varsavia. E, per male che possiamo esser messi ora, guardate un po' che è successo di Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria etc.etc…

Fino alla metà degli anni cinquanta la minaccia sovietica fu reale, e furono moltissimi gli assassini delle stragi partigiane che trovarono asilo e connivenza oltre la cortina di ferro. Qualcuno vi rimase pure, purtroppo non tutti. Per fare un esempio, uno solo, l’assassino Rosario Bencivenga, l’autore dell’attentato di via Rasella, rimase nascosto in Cecoslovacchia fino al 1952, anno in cui tornò, e fu subito eletto senatore PCI, per sfruttare l’immunità parlamentare ed evitargli la giusta galera.

Vedete, come ho già asserito prima, non si tratta di fare la conta a chi ha fatto più morti, basterebbe solo dare la giusta dignità a tutti i morti, da qualunque parte vengano. E distinguere, questo sì, tra le azioni di guerra e gli assassini a sangue freddo. E qui casca l’asino, qui i compagnucci non ci stanno. Infatti, una delle cose più misconosciute ed altrettanto gravi è un articolo delle condizioni dell’armistizio dell’8 settembre 1943. L’articolo 16. Cito testualmente, direttamente dal documento ufficiale della resa:




L’Italia non incriminerà né altrimenti perseguiterà alcun cittadino italiano, compresi gli appartenenti alle forze armate, per solo fatto di avere, durante il periodo di tempo corrente dal 10 giugno 1940 all'entrata in vigore del presente Trattato, espressa simpatia od avere agito in favore della causa delle Potenze Alleate ed Associate.”

Intesa la cosa? In pratica, si assolvevano tutti gli assassini, i traditori, le spie, che avevano tramato ed ucciso contro il loro legittimo governo.

Inaudito è dire poco.

Ma ai compagni non bastò nemmeno quello. Nel 1946 l’allora Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti, appena tornato dall’Unione Sovietica, promulgò un’amnistia per tutti i reati commessi nel periodo dall’8 settembre alla fine del conflitto. Salvando quindi parecchi suoi amici, presunti comandanti partigiani macchiatisi di orribili delitti. Tra cui, nota personale, Germano Nicolini, sedicente “comandante diavolo”, reggiano puro, colpevole dell’omicidio di Don Pessina, del quattordicenne seminarista Rolando Rivi, dell’ing. Simonazzi, e via discorrendo.

Ma neppure questo bastava, e così, nel 1949, Alcide De Gasperi fu costretto, sotto pressione dei comunisti, ad estendere l’amnistia fino a tutto il 1946, comprendendo così alcuni episodi terribili, tipo la strage di Codevigo. Altro episodio dimenticato, riportato alla luce, recentemente, dalla pellicola dell’amico Antonello Belluco, il “Segreto di Italia”.
E qui, altra nota personale. Il film non è certamente di quelli che concorrerà all’Oscar, non ha avuto alcun finanziamento pubblico come i film dei sinistri, anzi, sta trovando enormi difficoltà ad essere distribuito. Chissà perché. Racconta appunto di un episodio storico, accaduto a Codevigo, in provincia di Padova. Tra il 28 aprile 1945 (giorno dell’assassinio di Mussolini), ed il giugno dello stesso anno, nel paese e dintorni furono massacrate 136 persone, donne e uomini, legate in qualche modo al passato regime fascista. Nel film, per l’appunto, si racconta di questo evento, nei ricordi di una sopravvissuta, Italia Martin, interpretata da Romina Power…va beh, i soldi erano pochi, gli appoggi politici nulli, non si poteva pretendere di avere Meryl Streep!!

Il film si basa sulle testimonianze di sopravvissuti e sui testi di Pansa e Serena.

Indicibili le difficoltà della distribuzione. Le proteste dell’ANPI, sempre i soliti geni, e di tutta la galassia dei fans della resistenza l’hanno bloccato praticamente ovunque…grande esempio di democrazia. Qui, poi, nel regno di Peppone e del busto di Lenin, figuratevi. Nessun cinema ha avuto il coraggio di proporlo. Ripeto, il film non è certo un capolavoro, oltretutto girato con pochi mezzi ed addirittura autoprodotto dallo stesso Belluco; la sua valenza, unica ma grande, è quella di provare a stracciare il velo dell’omertà che è calato su certi episodi.

E, pensandoci bene, enorme, incredibile, è stato in questi anni il lavoro fatto dalla storiografia ufficiale per nascondere queste cose. Ragioniamoci. Non si tratta di fatti avvenuti ai tempi della Roma Imperiale, ma solo di qualche decennio fa. Ci sono ancora molti sopravvissuti, pur se avanti con gli anni, prove filmate, foto, documenti, una montagna di prove, eppure…

O con noi, o contro di noi”, diceva appunto Mussolini, e mai come in questo caso è stato fatto. O racconti che tutti i partigiani erano eroi ed hanno salvato loro l’Italia, o sei un fascista, e quindi non hai voce in capitolo.

. con voi abbiamo chiuso il 25 luglio 1943…”, urlava anni fa in Parlamento il comunista Paietta, messo in difficoltà dalla straordinaria dialettica ed oratoria di Giorgio Almirante. E poco, anzi, nulla è cambiato da allora. Paietta ed Almirante non sono più tra noi, ma chi c’è ora è sicuramente peggio. Non è bastato il famoso “...chi sa parli…” dell’onorevole PCI Otello Montanari negli anni ’90, che ha aperto solo un piccolo spiraglio sul velo d’omertà. Omertà mafiosa, altro che. E proprio oggi, a proposito di mafia, il PCI reggiano ha stabilito un record. Brescello, appunto il paese reso famoso dai film di Peppone e Don Camillo, è il primo comune emiliano ad essere stato sciolto per infiltrazione mafiose. Wow!!! Altro storico record dei compagnucci reggiani. Vedrete che troveranno il modo di dare la colpa ai fascisti.

Ma ora, tra pochissimi giorni, è il 25 aprile. Sicuramente qualche papavero governativo verrà a parlare qui a R(P)eggio Emilia, ci saranno le manifestazioni di popolino che tanto piacciono ai compagnucci; le sagre, le fiere, senza parlare dei cappelletti o della pastasciutta antifascista di casa Cervi, con il solito contorno di ballo liscio e porcherie simili. Metteranno un intellettuale, cioè uno che è riuscito a prendere la licenza elementare entro i trent’anni, a parlare del nonno, o dello zio partigiano, eroe inde…fesso(?), che ha vinto la guerra da solo, uccidendo migliaia di fascisti e nazisti.

Ancora a proposito di ciò, secondo le stime del CLN, sicuramente generose essendo state fatte in casa, nella primavera del 1944 i partigiani “combattenti” erano circa 15.000, inquadrati nelle varie brigate, mentre in aprile del 1945 furono 130.000 quelli che chiesero allo Stato Italiano l’indennità da reduci…strano paese, strani numeri, stranissimi patrioti. Mi sovviene una famosa frase di Winston Churchill, che, intervistato sul Guardian, disse, a proposito dell’Italia:

“…strana gente, gli italiani. Prima del 25 luglio 1943 (caduta del fascismo) vi erano 45.000.000 di fascisti. Il giorno dopo sono diventati 45.000.000 di antifascisti…”

Ripeto, per l’ennesima volta, non si tratta di fare conteggi, ma di ricostruire un poco, almeno un poco, di verità. Quella verità storica tante volte calpestata ed ignorata. È indubbio che il periodo del conflitto, e gli anni successivi, debbano essere stati un pandemonio, a volte penso: “…ed io, che avrei fatto??” Onestamente non so, anzi, forse sì. Sicuramente, se fossi stato un militare, non avrei tradito, dopo l’8 settembre, come purtroppo, invece, molti hanno fatto. Ed a proposito di questo, proprio poco tempo fa, in rete, c’era un elenco, dettagliato e preciso, di alcuni personaggi che, italianamente, hanno, invece, diciamo cambiato idea, per non essere cattivi. Qualche nome? Dario Fo, il premio Nobel più assurdo del mondo, insieme a quello di Obama. Beh, il personaggio in questione, comunista, ateo, antifascista a priori, mangiapreti, difensore di terroristi rossi, fu capitano della Milizia. Non OBBLIGATO DAL REGIME, che tra parentesi mai obbligò nessuno, ma ufficiale della Polizia Fascista, come del resto il fratello. E che dire di Pisolo Napolitano, comunista duro e puro? Quando, giovane studente universitario di ricca famiglia partenopea, studiava e viveva a Padova, fu responsabile regionale del GUF (Gruppo Universitario Fascista). Enrico Maria Salerno, attore e regista di provata fede comunista, fu allievo ufficiale della Repubblica di Salò, e con essa partecipò a varie battaglie sulle montagne della Val D’Ossola contro i partigiani. Potremmo poi parlare di Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Pietro Ingrao, Nilde Iotti, Pier Paolo Pasolini, Eugenio Scalfari, Roberto Rossellini, Luciano Salce, e centinaia di altri. Tutti, a vario titolo, in posti di potere, compatibilmente con la giovane età, del regime fascista. Poi, evidentemente, la caduta da cavallo sulla via di Damasco, e la conversione. Miracolo italico. Certo, ci sono anche gli onesti, o quasi, quelli che mai rinnegarono. Giorgio Albertazzi e Raimondo Vianello, entrambi ufficiali repubblichini, Umberto Eco, fino ad arrivare a Walter Chiari, anch’egli della Milizia, che per una sua battuta sul Duce fu condannato all’esilio dalla televisione di stato per dieci anni…e molti altri.

Ma anche qui, lasciamo stare nomi e cifre. Il problema è quello già detto: l’Italia, unica al mondo, è una nazione che non ha ancora fatto i conti con il suo passato. Lo ha fatto pure la Germania, con Hitler, considerato universalmente la Genesi del Male, ma noi no. Che forse avesse avuto ragione Padre Pio, quando raccontava una delle sue barzellette che gli valsero la reprimenda del popolino?

“…un giorno, un fascista muore, e va a subito a cercare il Duce. Lo cerca in Purgatorio, ma non c’è. Lo cerca in Paradiso, ma non c’è. Lo cerca all’Inferno, nulla nemmeno qui. Allora si rivolge a S. Pietro, chiedendo dove fosse. E il Santo rispose: “…figliolo, il Duce non lo troverai mai qui, ma in terra, perché è rimasto nel cuore degli italiani…”



Mah, ai posteri l’ardua sentenza!



Orgogliosamente dalla parte sbagliata







Dichiaro, sotto la mia responsabilità penale e civile, come esplicitato dalla Licenza Creative Commons 2009 art. 145, che il contenuto di questo prodotto editoriale è frutto univoco della mia persona. I dati storici, analitici, le date e le citazioni sono tratte da documentazione ufficiale, accertata come da protocollo d’intesa di Lisbona 2007/65.


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